Martina: organizzazione, internazionalizzazione, formazione, le tre linee strategiche per l’agro-alimentare italiano

Presentazione

«Il maggior deficit strategico che scontano, in Italia, il settore agricolo e quello della trasformazione alimentare è la mancanza di organizzazione», così ha esordito il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina parlando a una platea di docenti, ricercatori e manager dell’agro-alimentare riuniti a Cremona per festeggiare, nel corso del Dies academicus, il trentennale di Smea, Alta scuola di management ed economia agro-alimentare dell’Università Cattolica.

Organizzazione sia in senso orizzontale, con forme di collaborazione tra agricoltori o tra allevatori; ma anche in senso verticale, attraverso modalità di cooperazione e collaborazione interprofessionale tra agricoltura, industria di trasformazione e grande distribuzione organizzata.

Un messaggio in totale sintonia con la cultura di Smea che, da trent’anni, con la sua attività di ricerca e di formazione, valorizza e unisce i punti di forza dei diversi anelli della filiera agro-alimentare.

Formazione, dunque,che in Smea è da sempre fortemente orientata alla internazionalizzazione: una linea strategica che – come ha sottolineato anche il ministro Martina – è l’altro motore di sviluppo del made in Italy agricolo e alimentare italiano.

Un tema centrale quello dell’internazionalizzazione dell’agro-alimentare, focalizzato – nel corso del Dies academicus, introdotto dal rettore dell’Università Cattolica Franco Anelli – dalla Lectio magistralis del professor Gabriele Canali, docente Smea e direttore del Crefis, che ha dapprima inquadrato storicamente le tappe della globalizzazione dei mercati agro-alimentari. A cominciare dall’impatto che nel tempo ha avuto il mercato sempre più internazionale sia dei prodotti alimentari che dei fattori della produzione; fino all’interazione tra politiche agricole, europee ed extra-Ue, e accordi commerciali internazionali: basti citare l’intreccio tra negoziati Gatt e PAC nei primi anni novanta.

Venendo all’oggi, la relazione del professor Canali evidenzia come il saldo del commercio estero dell’agro-alimentare italiano sia strutturalmente negativo, ma cambi in modo significativo nel tempo.In particolare, la componente «made in Italy», rappresenta mediamente, negli ultimi quattro anni, oltre il 74% delle esportazioni agroalimentari italiane. Inoltre il valore dell’export di prodotti made in Italy è in continua crescita, negli ultimi anni, nonostante la crisi economica globale.

Tuttavia vi sono delle criticità, sia strutturali che contingenti: scarsa capacità competitiva di molte Pmi, bassi prezzi delle commodities agricole, crisi internazionali quali quella che coinvolge la Russia e l’Ucraina.

Su cosa puntare, dunque? Da questo punto di vista, la conclusione della lectio del professor Canali indica alcuni punti chiave: risorse imprenditoriali e organizzative (management) capaci di una «visione» ampia; disponibilità al cambiamento e all’innovazione organizzativa e manageriale, oltre che tecnologica; conoscenza dei mercati esteri(non solo dati, ma “market intelligence”); risorse umane preparate, motore di ricerca e innovazione. E su quest’ultimo punto, Smea, da trent'anni fornisce un contributo importante al sistema agroalimentare nazionale. Un esempio? Le testimonianze su casi aziendali di successo che hanno portato alcuni ex studenti Smea: Eraldo Secchi presidente Ama,

Luca Savoia titolare Azienda agricola Savoia, Carlo Aquilano direttore generale Regnoli, Matteo Subelli export manager Witor’s, Gianluigi Zenti presidente Academia Barilla.

Data
16 marzo 2015